Pubblicato il 13-12-2024 da ANEP Comunicazione - ( 16317 letture )
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Bologna, 13 dicembre 2024
Eugenio Borgna ci ha lasciati
Nel percorso di approfondimento e crescita professionale, molti Educatori ed Educatrici Professionali hanno trovato ispirazione nelle riflessioni di questo grande psichiatra fenomenologo. La sua straordinaria capacità di accostarsi all’altro e al suo mondo è diventata un modello di riferimento, arricchendo il lavoro educativo con strumenti preziosi. La possibilità di scrivere e descrivere le situazioni, i fenomeni e le persone con la sua lucidità e il suo calore ha rappresentato un ideale a cui molti si sono ispirati, cercando di applicare la stessa profondità e umanità nel proprio agire quotidiano.
Per molti anni Eugenio Borgna è stato direttore del reparto di psichiatria dell’ospedale di Pavia e poi di quello di Novara, nonché docente presso l’Università degli Studi di Milano. È stato uno dei pochi psichiatri italiani che ha attinto al mondo dell’arte, della poesia e della filosofia per curare e alleviare il dolore. Sostenitore della riforma Basaglia, è stato tra i primi specialisti in Italia, come direttore del reparto femminile dell’ospedale psichiatrico di Novara, ad eliminare ogni forma di coercizione. Già a metà degli anni Sessanta aveva dato disposizioni affinché le circa duecento pazienti non fossero legate e potessero passeggiare per i corridoi e per i giardini. Aveva preteso che non ci fossero inferriate alle finestre e che le porte non fossero chiuse. Per Borgna al centro di qualsiasi percorso di cura non c’era la malattia mentale ma la persona con le sue sofferenze e le sue grandi domande esistenziali.
Dialogo, ascolto empatico, condivisione dei vissuti non rappresentavano per Borgna soltanto una prassi clinica ma erano un metodo di incontro, un desiderio di vicinanza e di conoscenza che applicava in ogni ambito della vita.
A metà degli anni Settanta aveva accettato di impegnarsi nell’amministrazione comunale, ed era diventato prima consigliere poi sindaco di Borgomanero. Una scelta che, prima e dopo di lui, avevano fatto e faranno i fratelli e le sorelle sull’esempio del padre Giacomo Luigi, avvocato e partigiano con le formazioni dell’Ossola, figura importante dell’antifascismo cattolico. Quando, dopo l’armistizio del ’43, i nazisti entrarono a Borgomanero, Villa Borgna fu tra i primi edifici ad essere occupati. Eugenio, allora tredicenne, con i fratelli e la madre – come lui stesso ha frequentemente rievocato – riuscì a fuggire all’ultimo istante attraverso il parco e a riparare in Svizzera.
Borgna aveva contestato i criteri di approccio tradizionale e aveva rigettato ogni forma di riduzionismo biologico: per lui l’interpretazione naturalistica delle patologie mentali, secondo cui le cause della sofferenza sono da ricercare nel malfunzionamento dei centri cerebrali, riusciva a cogliere solo un aspetto del problema. Di conseguenza, si diceva convinto che la cura non potesse avvenire solo con farmaci né, tantomeno, con altre terapie invasive. La sua prassi clinica era fondata sul dialogo e sul confronto “culturale” con il paziente, anzi con le pazienti, quelle che anche dopo aver abbandonato la direzione dell’ospedale psichiatrico, non smettevano di cercarlo e di andarlo a trovare.
Tra i suoi numerosi riferimenti culturali, mistiche, poetesse e filosofe hanno rappresentato un gruppo privilegiato, un ambito antropologico a cui non poteva rinunciare. Amava Emily Dickinson e Simone Weil, Teresa di Lisieux e Antonia Pozzi. Citava spesso Virginia Wolf e il suo sguardo sulla malattia come cambiamento spirituale, come “desolazione e deserto dell’anima”, ma anche Chiara d’Assisi come paradigma di mitezza e di apertura all’altro e alla sua sete interiore.
Borgna ha saputo alternare produzione letteraria specialistica – con alcuni studi importanti sulla depressione, sulla schizofrenia e sulla follia come esperienza di conoscenza e di sapere – a opere più divulgative tra cui Nei luoghi perduti della follia (2008); Le emozioni ferite (2009); La solitudine dell’anima (2011); Di armonia risuona e di follia (2012); La dignità ferita (2013); La fragilità che è in noi (2014); Il tempo e la vita (2015); Parlarsi (2015).
Insomma, uno scienziato umanista e profondo, che per tutta la sua lunga vita ha frequentato e abbracciato la fragilità riconoscendone l’assoluta dignità umana con uno sguardo originale, proiettato verso quell’invisibile di fronte a cui preferiva fermarsi, guardarlo da lontano, con il rispetto e la consapevolezza degli uomini colti e saggi che osservano e riflettono l’“indicibile silenzio”, come lui amava definire il mistero dell’esperienza di Dio.
La scomparsa di Eugenio Borgna segna una perdita profonda per il mondo della psichiatria e lascia un vuoto profondo nel panorama culturale e umano. Il suo lascito però continuerà a guidare il lavoro di tanti Educatori ed Educatrici Professionali. Le sue riflessioni hanno insegnato a guardare oltre i sintomi, a incontrare l'altro nella sua unicità e fragilità, e a costruire relazioni autentiche basate sull’ascolto e sull’empatia. Il suo esempio continuerà a ispirare chi, nel lavoro educativo, cerca di accostarsi con rispetto e sensibilità al mondo interiore delle persone, facendo del dialogo e della cura una pratica quotidiana di umanità e speranza.
Custodire e mettere in pratica il suo pensiero significa non solo onorarne la memoria,
ma anche continuare a coltivare un approccio umano e profondo al mondo della cura e dell’educazione.

Notizia presente in: Comunicato Stampa
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